Annalisa Fanti - critico d’arte - Roma

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Presentazione mostra personale DECOSTRUZIONE CONCETTUALE c/o Museo Michetti, Francavilla al Mare - 09 Gennaio 2016

Un’etichetta con un titolo racchiude linguisticamente quello che materialmente è percepibile dallo spettatore come uno spazio bianco, appositamente delimitato, nel quale abitano una moltitudine composita di materiali appartenenti alla vita quotidiana. Penne, telefoni cellulari, orologi, monete, gelati in ceramica, mattoncini in pietra, semi di grano e riso, cinghie di trasmissione per i motori, sono questi i detriti della contemporaneità che aprono il sipario sulla tela. Questi oggetti, presentandosi al fruitore come un ready-made, suggeriscono la capacità (da parte dell’artista) di saper comunicare le proprie categorie concettuali finalizzate alla lettura di un nuovo aspetto della realtà. Le opere pittoriche di Stefano Di Loreto incorporano al loro interno il concetto di decostruzione, inteso come una provocazione in grado di suscitare, proprio a causa del suo carattere innovativo, una messa in scena che desti l’attenzione del lettore.

Il termine decostruzione (déconstruction) è stato introdotto in passato dal filosofo francese Jacques Derrida. Fin dal 1967 lo studioso, utilizzava questa parola per tradurre il tedesco Destruktion con cui Heidegger (Sein und Zeit, 1927) indicava la necessità di “distruggere” i contenuti stratificati nella storia dell’ontologia per farne emergere il perduto senso originario. Questo pensiero può essere rinvenuto nella poetica pittorica di Stefano Di Loreto da cui si evince che l’essenza della sua produzione artistica è racchiusa in tre fasi fondamentali: la costruzione, la decostruzione e l’interpretazione.

L’artista, servendosi di oggetti legati all’esperienza e appartenenti alla produzione industriale in serie (tipica della società dei consumi) esibisce l’oggetto senza modificarne il suo contenuto e partendo da esso costruisce l’opera. Assemblando vari oggetti tra loro e facendoli aderire sul supporto pittorico bidimensionale, l’artista decontestualizza la materialità dell’oggetto, sottolineandone il valore storico in rapporto all’individuo con il mondo. Inoltre l’artista mette in luce il mutamento di prospettiva avvenuto nell’oggetto a causa della sua mercificazione e distribuzione.

Il secondo passaggio è legato all’utilizzo gestuale del colore da parte dell’artista, sulla scia del dripping pollockiano degli anni Cinquanta, il cui campo d’azione è la potenza cromatica che diviene protagonista della decostruzione, intesa come un’efficace distruzione di tutte le problematiche legate alla monotonia ed alla routine dei comportamenti quotidiani, nonché alle politiche sociali ed economiche del nostro tempo. La pratica decostruttiva presente nella coscienza dell’uomo, mette in gioco l’occhio dello spettatore e consente di eliminare la percezione di un unico punto di vista, offrendo in tal modo la possibilità di una molteplice interpretazione dell’opera.

Pertanto, l’immaginazione diviene la promotrice di un’elaborazione poliedrica e sensibile da parte del fruitore, in cui concorrono simultaneamente emozioni, sentimenti, riflessioni, immagini astratte, colori e oggetti tridimensionali che confluiscono all’interno di un prodotto artistico che possa fungere da supporto per l’esperienza collettiva, come se fosse una guida per l’ingresso alla realtà.

Attraverso una attenta riflessione sulla trasformazione dell’arte nelle tendenze del ventesimo secolo, si riescono a comprendere meglio i profili evolutivi della produzione artistica nel cui ambito l’utilizzo e la manipolazione di oggetti presi dalla realtà costituiscono un tratto comune a molti movimenti ed artisti.

Stefano Di Loreto, in linea con il passato, continua in un certo senso a ricreare ambientazioni del tutto concettuali, senza però rinunciare all’oggetto che diviene simbolo esistenziale, antropologico oltre che strumento di conoscenza per il dibattito in merito a questa tipologia di arte contemporanea.

Alla luce di queste considerazioni diviene più agevole comprendere il significato ed i contenuti esposti dall’artista tramite varie sezioni tematiche che costituiscono un vero e proprio itinerario del sapere articolato e ripartito nelle seguenti categorie concettuali: tempo, comunicazione, economia, alimentazione, globalizzazione e “Humanitas”.

TEMPO
<<Il fascino degli orologi: rendono concreta e visibile una cosa astratta come il tempo, che non si vede e non si tocca, eppure c'è.>>

Le opere pittoriche che simboleggiano la tematica del tempo nascono dalla volontà, da parte dell’artista, di mettere in risalto la conflittualità che da sempre è emersa intorno alla concezione della dimensione temporale, con il tentativo di opporsi al modello sociale contemporaneo, quello cioè improntato sul tempo meccanico.

Orologi tridimensionali, si mimetizzano tra tonalità di gialli, arancioni e blu attraverso “frustate” di colore che annullano il tempo meccanico, per una riappropriazione del tempo naturale. Le opere esposte in questa sezione, rappresentano il primo itinerario di ricerca da parte dell’artista secondo il quale la tela bianca, rappresenta la purezza, che fa da sfondo al linguaggio dei segni come a proporre una sorta di racconto per lo spettatore.

Nell’opera “Tempo-02”, l’artista mette in scena un orologio decorato con dei numeri romani, privo del suo originario funzionamento che viene oscurato da una centrifuga di colore che occupa gran parte del supporto pittorico, lasciando alcuni spazi bianchi sulla tela.

Stefano Di Loreto lavora direttamente sul supporto pittorico, disposto orizzontalmente al pavimento, sul quale fa sgocciolare il colore in modo casuale come se fosse un’intervento di forze impersonali ed automatiche. Attraverso la decostruzione concettuale, affidata alla forza del colore, la tela bianca è come se tornasse alla sua pura autenticità stimolando il dialogo a-temporale che originariamente si era concepito tra l’artista e la sua stessa necessità di creazione.

COMUNICAZIONE

<<Ogni miglioramento nelle comunicazioni aumenta le difficoltà di comprensione.>>

La sezione dedicata alla comunicazione, costituisce una parte assai rilevante dell’indagine condotta a cura dell’artista Stefano Di Loreto. La “comunicazione artistica” è un linguaggio che si configura come un sistema simbolico peculiare e differente rispetto ai cambiamenti comunicativi avvenuti negli stili di vita, nella cultura e soprattutto in seguito alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche.

Le opere esposte, che costituiscono il concetto astratto della comunicazione, rappresentano quello che Adorno, nel 1966, definisce come <<spirito sedimentato>>. “Spirito” è la categoria che riassume una soggettività estetica corrispondente alla mimesi dell’esistente. La creazione artistica, intesa come un processo comunicativo, è un punto di arrivo entro il quale si snodano varie tematiche connesse alla scrittura, alla tecnologia e alla cultura.

La scrittura è da considerarsi come lo strumento fondante della razionalità ed essendo la mediatrice culturale per eccellenza, ristruttura la stessa oralità, assegnandole funzioni diverse, subordinate rispetto a quelle della scrittura. Questo processo, culmina con l’invenzione della stampa e la nascita della società industriale e dei mass media.

L’opera intitolata “Raptus calami”, è caratterizzata da una finezza estetica del tutto singolare. Come in un libro aperto, lo spettatore può cogliere la scrittura di una pagina intrisa di parole illeggibili, incomprese e indecifrabili. L’invito è ad una “scrittura di qualità” che possa sovrastare il carattere artificioso, enfatico di una scrittura autocompiaciuta che si è impossessata di gran parte del giornalismo italiano e delle complicazioni d’informazione contemporanea di questo paese.

Di grande originalità è il monocromo intitolato “Raptus calami- 03”, ideato tramite centinaia di frustate di colore in antracite. La lucentezza dell’opera è data non solo dal materiale utilizzato, ma anche dalla presenza di penne, disposte a ventaglio sulla tela.

Con estrema chiarezza e capacità di sintesi, Stefano Di Loreto realizza l’opera “Comunicare-02”, dove inserisce alcuni “smile”, intesi come geroglifici, che consentono di interpretare il ruolo chiave della comunicazione nel mondo contemporaneo e di trasferire la natura astratta ed elementare dei mezzi comunicativi.

Le opere intitolate “Teckno”, si riferiscono alla tecnologia che è all’interno di un costante processo di evoluzione e sviluppo che coinvolge vari aspetti della vita quotidiana. Telefoni cellulari “galleggiano” sulla tela come automi della contemporaneità, e provocano una decostruzione concettuale in grado di cogliere nella giusta misura, il potenziale della tecnologia.

ECONOMIA

<<Il denaro non dorme mai.>>

Lo spirito critico che Stefano Di Loreto adotta all’interno della sezione dedicata al concetto di economia, è rappresentato da una serie di opere pittoriche prodotte nel 2015. La tematica affrontata trae fondamento dalle problematiche riconducibili concettualmente alla speculazione finanziaria che ha condotto il pianeta sull'orlo di un abisso economico. Wall Street è il simbolo del tempio della finanza mondiale.

Le opere sono caratterizzate dalla presenza di monete che si mostrano mutate esteticamente rispetto al loro stato originario in quanto sono state ricoperte in parte dal colore e disposte liberamente o geometricamente sulla tela. La lucentezza e il valore monetario perdono il proprio ruolo fondamentale d’origine e attraverso la decostruzione concettuale si evince “l’inganno” che si nasconde dietro il denaro moderno.

In particolare nell’opera “Wall Street n. 2”, una grande quantità di monetine è disposta architettonicamente al centro del quadro, fino a formare tre file di valori e alla base di questa struttura, proliferano altre monete in modo disorganico tra loro, quasi a simboleggiare una precipitazione.

ALIMENTAZIONE

<<Il problema più grande è la perdita del valore simbolico dei cibi. Sono diventati commodities, beni di consumo senza anima.>>

La sezione dedicata all’alimentazione affronta una delle tematiche legate al dibattito contemporaneo sui i rischi per l’ambiente e la salvaguardia per la salute umana con particolare riferimento all’approfondimento del tema relativo agli Organismi Geneticamente Modificati (OGM).

Biotecnologie, ingegneria genetica, organismi geneticamente manipolati e clonazione, sono parole divenute d’uso quotidiano e sono gli esempi evidenti che il parlare comune è influenzato dal contesto di sviluppo della società. “Ricerca Mater” è il titolo del ciclo di opere dedicate a questa sezione. In questo contesto elementi quali spighe di grano, semi di riso e mais costituiscono i simboli principali di una lunga tradizione contraddistinta dalla fruizione degli stessi elementi a titolo di doni naturali a beneficio non solo della crescita e dello sviluppo socio-economico, ma anche di una maggiore sicurezza alimentare.

Nell’opera denominata “Ricerca Mater-OGM”, sullo sfondo bianco della tela, la verticalità del colore gestuale delinea un campo di grano al cui interno lunghe spighe tridimensionali sono inserite all’interno di provette da laboratorio. In tal modo viene rappresentata dal punto di vista artistico l’analoga situazione di quello che scientificamente è definibile come organismo geneticamente modificato.

In un’altra opera dal titolo “Ricerca Mater-OGM -03”, semi di grano, riso e mais gremiscono il supporto pittorico e diventano cenere di colore ormai dispersa dalle fiale tubolari. Macchie di colore si sovrappongono tra loro e le rigorose linee nere si depositano sulla superficie in segno di decostruzione e annientamento, in favore di una crescita alimentare sostenibile.

GLOBALIZZAZIONE

<<Una società globalizzata si governa meglio se è fatta di persone con poco senso critico, quindi irrazionali.>>

La prospettiva di unificazione del mondo, intorno ai valori legati al consumismo e alla creazione di un sistema aperto di scambio, ha portato ad una sempre più crescente omologazione a livello mondiale dei consumi. Inoltre la standardizzazione dei comportamenti antropologico-culturali, da parte dell’umanità, ha provocato danni nei confronti delle specificità locali con un decisivo aumento delle disuguaglianze tra i popoli.

In questa sezione, Stefano Di Loreto offre un proprio personale contributo per l’approccio ad una tematica molto complessa da affrontare. Infatti, il fenomeno della globalizzazione presentandosi sotto forma di oggetto artistico, rivela agli occhi dello spettatore una realtà palpabile.

Le opere realizzate nel 2015, analizzano tre tematiche connesse al processo di globalizzazione: pensiero unico, gusto uniforme e lavoro a basso costo.

Lo strumento di divulgazione del pensiero unico è senza dubbio l’informazione che si è fatta garante di una manipolazione viziata del messaggio mediatico. L’impoverimento culturale globalizzato, teso ad appiattire ogni pensiero che possa mettere in dubbio le idee-guida dei poteri forti, oltraggia l’intelligenza umana.

L’opera “Pensiero unico” è caratterizzata dal fondo nero che mette in risalto la successione di sedici penne che divengono “scrittura visiva” per lo spettatore. L’evidente decostruzione concettuale è data dall’alternanza di “frustate” rosso magenta e grigio scuro. Un occhio attento scorgerà nel quadro altre penne, che riflettono la perdita di un “gesto unico” e assolutamente personale, come appunto quello della scrittura, utile per la costruzione di una propria identità. Allo stesso modo “Pensiero unico 2”, “Pensiero unico 3” e “Pensiero Unico 4”, fanno emergere un “sintomo ribelle” dell’artista, che si desume dalla costruzione di composizioni alquanto innovative mediante il gioco con il colore sulla tela bianca.

La tematica del gusto uniforme, si riferisce alla molteplicità delle forme che gli ingredienti e i luoghi della fruizione alimentare hanno assunto nel corso del processo di industrializzazione di un prodotto che ha imposto i suoi gusti e disgusti. Le opere esposte sono caratterizzate dall’utilizzo di gelati in ceramica e prendono il nome di “Gusto uniforme”. La tela bianca si nutre di una serializzazione del gusto (dato dal susseguirsi dei gelati in ceramica) che perde la sua uniformità grazie alla forza gestuale dell’artista e provoca la caduta del concetto iniziatico da lui stesso proposto.

Il trittico “Agricoltura”, “Industria” e “Intellettuale” è esposto in riferimento alla tematica del lavoro a basso costo. I toni si fanno più accesi, le linee diventano palpabili alla vista e al tatto, la deformità si rinviene nelle forme esplosive che affollano la tela. I simboli materiali, protagonisti di questa sezione dedicata alla globalizzazione sono le cinghie di trasmissione per i motori. Il senso di meccanicità di questo elemento viene ben espresso nelle opere di Stefano Di Loreto grazie all’accostamento delle cinghie tra di loro quasi a simulare una rotazione di ruote dentate che trasmettono a percezione di movimento.

La questione dello sfruttamento della manodopera a basso costo in agricoltura è rappresentata nella prima opera del trittico attraverso l’inserimento di sfumature di verde, in contrasto con l’atmosfera celeste simboleggiata da un colore azzurro. La scelta dei colori da parte dell’artista può riferirsi al mondo naturale in contrapposizione all’oggetto meccanico.

Nella seconda opera del trittico, che prende il titolo di “Industria”, il colore predominante è il rosso che possiede la caratteristica di porosità e simboleggia, nel contempo, la situazione di pericolo. Il rimando al “danno biologico” connesso al lavoro, incide negativamente sulla vita di un lavoratore. La decostruzione concettuale elimina la funzionalità delle ruote meccaniche provocandone la decisiva rottura.

La terza ed ultima opera del trittico è in giallo ed è lo specchio della nuove generazioni, soprattutto in un contesto quale quello italiano, caratterizzato da tempi lunghi di inserimento e di stabilizzazione occupazionale dei giovani. La disoccupazione si colora di blu mentre l’adattamento al contesto lavorativo a basso costo prende corpo sullo sfondo celeste e la decostruzione concettuale agisce sul supporto pittorico in spesse linee di colore nero.

HUMANITAS

<<L’arte è il potere di umanizzare la natura, d’infondere i pensieri e le passioni dell’uomo in tutto ciò che è l’oggetto della sua contemplazione.>>

La sezione che l’artista dedica all’Humanitas”, racchiude tematiche molto forti, quali l’immigrazione e la pietà cristiana, che conferiscono all’esperienza una visibilità che supera l’astrattezza.

La forza e l’energia trasmesse nelle quattro tele esposte, riflettono la storia attuale caratterizzata da una parola che da sempre ha contraddistinto la vita degli esseri umani: l’immigrazione. Una problematica che costituisce uno dei nodi teoretici del discorso sull’abitare. Del resto lo stesso Jung sosteneva che la dimora rappresenta un delicato simbolo attraverso il quale l'inconscio tesse la propria sintassi nei sogni.

L’abitare, nel suo significato più ampio, non si riferisce esclusivamente all’oggetto-casa, ma può suscitare una riflessione più ampia.

L’opera materica intitolata “Immigrazione” è caratterizzata dal fondo scuro che mette in risalto la tridimensionalità del filo spinato. Quest’ultimo è lo strumento dell'organizzazione differenziale dello spazio, simbolo di oppressione, delimitazione e materializzazione di una "gestione politica dello spazio”. Un pezzo di filo spinato è sospeso nella parte bassa dell’opera in corrispondenza alla sua precedente rottura teso a simboleggiare la speranza di abbattere le barriere comunicative.

Nelle opere “Immigrazione-03” e “Immigrazione-04”, ancora una volta vi è il rimando al dato naturale. La materia del colore verde si espande sulla tela e in prossimità della linea apparente che separa la terra dal cielo, il filo spinato occulta le simmetrie del paesaggio naturale. Il filo spinato non è l’unico elemento che simboleggia la tematica sull’immigrazione. Infatti nell’opera “Immigrazione-02” , Stefano Di Loreto utilizza dei mattoncini in pietra per erigere un muro sulla tela. Quest’ultimo è definibile come “muro della memoria” cioè il simbolo di un contesto socio-politico che ha trovato, storicamente, una propria configurazione ambientale nei luoghi in cui è stato innalzato. La decostruzione concettuale in quest’opera si colora prevalentemente di giallo, simbolo di luce, sole e energia che tende perciò al cambiamento e alla ricerca del nuovo per una liberazione dagli schemi.

Il trittico esposto nella sezione “Humanitas”, è valorizzato dall’opera “Pietà Cristiana”, selezionata ed esposta nel Palazzo Pontificio Maffei Marescotti (Roma), in occasione della mostra “Artisti per il Giubileo”, tenutasi nel Dicembre 2015. Il candore e la lucentezza di quest’opera estrinsecano pienamente il messaggio divino, e minimizzano ciò che nella realtà è globalmente afferrabile, cioè la ricchezza. Monetine e diamanti sprigionano colori sulla tela che denotano la ricchezza materiale che si oppone, al primo gesto di Pietà Cristiana, in riferimento a Cristo, simboleggiata dalla presenza delle spine. La decostruzione concettuale è data dalle linee argento e oro che frantumano le barriere tra gli uomini (il muro), mettendo in risalto il carattere spirituale dell’uomo senza limitarsi al solo aspetto materiale dell’esistenza.

Dott.ssa Annalisa Fanti - 09 Gennaio 2016