Carla D’Aurelio - critico d’arte - Pescara

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Presentazione mostra personale DECOSTRUZIONE CONCETTUALE c/o Museo Michetti, Francavilla al Mare - 09 Gennaio 2016

Stefano Di Loreto comincia a riconoscersi come artista dagli inizi di questo millennio, quando scopre nella nuova arte contemporanea il suo esclusivo interesse. Quale sia stata la sua pittura negli anni precedenti non è dato saperlo perché rifiutata e probabilmente distrutta dallo stesso, nel momento in cui ha iniziato a percorrere una strada radicalmente diversa. Per la precisione quella che si andava aprendo nel mondo occidentale, a partire dal secondo dopo guerra, attraverso le forme creative della pop art che riflettevano le profonde trasformazioni apportate nella società dai grandi mutamenti economici, finanziari e culturali, registrati appunto come nuovo benessere.

Mario Schifano e in particolare il nouveau réalisme di Fernandez Arman che portando l’oggetto nel contesto pittorico ne ha sancito la sua autonomia espressiva, hanno rappresentato, all’origine, i principali riferimenti culturali per Stefano Di Loreto che ha poi individuato il proprio percorso attraverso una ricerca sempre più personale, arricchita costantemente di nuovi elementi creativi e di riflessione, sulla complessità e sulle trasformazioni del mondo contemporaneo.

L’elaborazione di tale percorso si evidenzia chiaramente nella raccolta di opere, (circa n. 50 lavori), esposte agli inizi del 2016 presso il prestigioso Museo Michetti di Francavilla al Mare.

Nelle prime serie di opere risalenti al 2005, quali “ricerca mater”, “ricicli” e “raptus calami”, si affrontano tematiche che più riguardano la salvaguardia dei valori essenziali per la vita sulla terra; il rischio di una degenerazione della natura per mano dell’uomo, nelle sontuose spighe di grano cresciute in provetta e incollate sulla tela, l’esagerata produzione di rifiuti che invadono il pianeta nei resti di bottiglie rotte e, infine, il richiamo al bene del sapere e delle libertà di pensiero, simboleggiati in “raptus calami” da semplici penne bic o da tracce indecifrabili di scrittura sottile e agile come uno spartito musicale.

Sembra che l’Artista viva il timore che tutto quanto di negativo possa generarsi nel mondo sia frutto di ignoranza e debolezza dell’uomo che, per conseguenza, diventa facilmente assoggettabile ai più forti poteri del sistema.

Da questi primi lavori appaiono abbastanza chiare le scelte stilistiche, come pure le tematiche che in seguito l’Artista andrà ulteriormente a sviluppare e ad approfondire. Egli non utilizza le modalità e i mezzi espressivi tradizionali, non stende i colori con i pennelli per trovare la forma, ma porta sulla tela, come si è visto, oggetti ready-made. Per dare i colori utilizza sì il dripping, ma la sua modalità particolare è quella di agire sul quadro con ampie frustate di colori cariche di straordinaria energia, che vanno ad abbattersi sulla tela scuotendo l’intero contesto.

Vale la pena ricordare che nel 2012 con le opere “ricerca mater” e “raptus calami” l’autore partecipa ad un importante concorso nazionale indetto dall’Università “La Sapienza” di Roma , nel quale si è visto inaspettatamente selezionato.

Seguono nel 2015 i cicli “comunicare”, “tecno”, “tempo” e “Wall Street” nei quali l’Artista porta la propria attenzione su tematiche che coinvolgono più intimamente l’uomo nella propria esistenza, giungendo ad elaborare una poetica molto personale che tende a riplasmare la realtà attraverso un processo di destrutturazione. Destrutturazione che, in senso dérridiano, vuole significare l’atto di compiere il processo inverso rispetto a quello che ha portato alla costruzione di una situazione, smontandone e rovesciandone i significati. Questa è l’operazione che Stefano Di Loreto sceglie di compiere con la sua Arte, assunta come espressione immediata per agire sulla realtà, per deformarla.

Troviamo testate di giornali a confronto, brani di emoticon, vecchi cellulari, immagini di orologi a sveglia in collage, orologi da polso, monete. Oggetti familiari che usiamo quotidianamente e scandiscono la nostra vita scontata, senza che nessun dubbio, nessuna riflessione ci venga a toccare. Ma questi stessi oggetti una volta traslati dall’artista sulla tela e avvolti in un testo cromatico, diventano metafora di un’altra realtà testimoniando un valore che ci era sfuggito forse inavvertitamente.

Quali gli interessi alla verità nei giornali? Quanto profonde le emozioni delle “faccine”? Quale intesa, a livello intellettuale o affettivo, è quella che si produce attraverso i cellulari, tra tempeste di segnali audio? A quanta parte di possibilità relazionali siamo pronti a rinunciare come esseri umani? Quanto senso hanno quelle torri di Wall Street ? Sono costruite su sospette monete convenzionali il cui valore è determinato da anonimi colossi della finanza, ai quali il sistema consente di determinare ricchezze e miseria, benessere e povertà, vita e morte. E qual è il tempo misurato dall’orologio? Un tempo disabitato dall’uomo dove numeri e lancette sempre più veloci, prendono il posto del nostro tempo interiore, della nostra psiche, della nostra vita vissuta. Queste le domande che Stefano Di Loreto pone attraverso la sua Arte.

Tematiche analoghe, ulteriormente sviluppate ed approfondite, tornano nel ciclo della globalizzazione e del pensiero unico (2015), con le grandi metafore dell’omologazione culturale, della perdita di identità, della delocalizzazione, del lavoro a basso costo, dell’emigrazione. Sono ancora oggetti incollati sulle tele come ingranaggi metallici, catene, fili spinati, muri desolati, penne bic ridotte ad un agghiacciante silenzio, forme plastiche di piccoli gelati alla crema, a caricarsi di significati altri. Oggetti che non sono destinati di per sé ad un utilizzo artistico, ma che la magia dell’arte riesce a trasformare materializzandoli in segni diversi, in valori smarriti.

Questo accade anche nell’opera “Pietà Cristiana” eseguita per la mostra internazionale degli artisti per il Giubileo. La potenza divina, attraverso fasci di luce oro e argento, demolisce quella Chiesa preda nel tempo di corruzioni e ingordigie. Gemme e monete cadono e le strutture murarie del potere si incrinano sotto le potenti sferzate di luce. Resta uno stelo di spine di rosa canina a manifestare la Redenzione.

Ed è singolare la capacità dell’artista di sintetizzare in pochi gesti, tra sciami di azzurri, gialli, verdi, rossi, un concetto e il suo contrario, la costruzione e la frammentazione di quelle complesse dinamiche che sembrano avviluppare inestricabilmente la realtà in cui viviamo.

E’ inevitabile davanti alle opere di Stefano Di Loreto percepire forti sensazioni, sentirsi coinvolti e costretti ad una presa di coscienza di ordine intellettuale. Siamo di fronte ad un tipo di Arte che si propone come veicolo attraverso il quale viene trasmessa una chiara idea di opposizione nei confronti del sistema, e che nello stesso tempo esprime la necessità di recupero dei valori primari dell’esistenza. La sua ricerca, riconoscibile nelle forme dell’arte concettuale basata sulle idee e sul pensiero, prima ancora che sul risultato estetico, prende le distanze dalle teorie di natura trascendentale di scuola Hegeliana, per calarsi nella realtà, per diventare motore della vita e della storia. E questo, quando si continua ancora in buona parte a pensare l’arte in un contesto teorico, dentro una nicchia accessibile a pochi ed estraniata dalla vita reale.

Il modo di produrre Arte di Stefano Di Loreto, quella sua capacità di agitare la realtà, di fare e disfare attraverso la forza delle sue idee, mi fanno tornare in mente alcun versi del poeta Dino Campana: “Fabbricare, fabbricare, fabbricare, preferisco il rumore del mare…”

Dott.ssa Carla D’Aurelio - 09 Gennaio 2016