Federico Caloi - critico e curatore d'arte - Milano

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Una estetica Di Loretiana.

“I vestiti nuovi dell'imperatore” è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta il 7 aprile 1837. Spesso questa favola viene erroneamente conosciuta come Il Re è Nudo. La storia la conosciamo un po’ tutti, perché affonda le radici in antichissime tradizioni popolari. Un imperatore è così vanaglorioso da non accorgersi di essere stato truffato da due sedicenti tessitori, al punto da credere di indossare abiti di stoffa impalpabile, quando invece è nudo, e il popolo è così servile, così omologato da fare finta di non avvedersene. Solo la purezza di un bambino scoprirà l’incomprensibile, vigliacca cecità intellettuale di tutti, governanti e governati, additando il Re e urlando: “È nudo!”.

L’arte di Stefano Di Loreto presenta la rara forza dell’identità qualitativa: questa consiste, allo stesso tempo di un processo estetico, di una personalità estremamente intellegibile, e in un aspetto simbolico che, nella sua narrazione semantica, è più sociale che concettuale. Questi due aspetti, forma e contenuto, sono indistinguibili, sovrapponibili; è in questo senso che possiamo parlare di identità qualitativa dei due “oggetti mentali” delle opere di questo artista: la tela e il suo significato, cardini che fanno delle sue opere un unicum che colpisce. Intorno alla centralità di questi due aspetti va dipanata l’analisi sull’operato di Di Loreto, soffermandosi prima sul ruolo del pensiero che l’artista pone nelle sue opere, per poi trovare il suo corrispondente, l’identico, come lo abbiamo definito, lo sviluppo estetico.

Non è azzardato accostare l’intento interiore di Stefano Di Loreto e della sua arte nel cercare di mostrare a tutti, indicando col dito della mano, così come fa il bambino della favola con i suoi occhi innocenti, che il Re è nudo, ovvero il cercare di mostrare a tutti che c’è qualcosa che non va, che tutti vediamo, che tutti ce ne accorgiamo, ma che tutti fanno finta di non vedere; nelle sue opere l’artista ce ne parla con autentica eleganza ascetica. La vanagloria dell’uomo e la distruttività di questo sentimento sono state cantate dalla letteratura sin dai tempi remoti, ma è la potenza che l’uomo ha oggi a rendere pericoloso il percorso della modernità, a creare problemi che minano il senso di Umanità. Ecco allora che le opere di Stefano di Loreto hanno temi molto precisi e pungenti, come le frustate con le quali questo artista vibra il colore sulle sue tele, temi molto “politici”, quali la globalizzazione, l’economia, l’alimentazione, temi più propriamente sociali, come la comunicazione, o temi dal valore più ontologico, come il tempo, e L’Humanitas, appunto.

Il confronto con questi argomenti si fa urgenza nel lavoro di Stefano Di Loreto. A differenza di molti moti e molti stili, va ascritta alla sua arte una caratteristica rara e differente: il suo non è un monologo, un voler affermare, sentenziare, accusare, ma è un atto di raccolta della realtà, perché sia presentata nuda al prossimo. La novità nel modo di concettualizzare di Stefano Di Loreto sta nel fatto che ciò che viene proposto nelle tele è un dialogo, inteso nel senso proprio dell’accezione delle origini: un confronto verbale che attraversa (dià, in greco) le persone, per discutere idee non necessariamente contrapposte con la parola (il logos). Tutti sappiamo come stanno le cose, ma ne dobbiamo parlare, perché è solo attraverso il dialogo che possiamo trovare una soluzione e questo è ciò che dicono le opere del nostro Artista.

A questo punto, quindi, possiamo cogliere quell’importante aspetto della tematica di questo artista. Questo atto di “raccogliere la realtà”, nell’arte di Stefano Di Loreto, è concettuale e materiale, è ideologico e fisico. L’artista, infatti, prende realmente oggetti simbolo, frammenti concreti della nostra realtà per porli sulla tela: parti di orologi, banconote, pezzi di smartphone, sementi; oggetti che diventano i suoi significanti. Ed è in questo aspetto che si materializza l’identità qualitativa di cui abbiamo parlato, non c’è distinzione tra l’opera e il suo significato, sono due oggetti uguali della mente.

L’arte di Stefano di Loreto non è denuncia, non è analisi, non è osservazione; è dialogo, necessariamente dialogo, è un purché se ne parli o meglio se ne discuta; è questa la peculiarità che rende differenti le sue opere ed è questo l’aspetto che ne genera l’estetica.

Alcuni temi, con i quali Stefano Di Loreto parla nei suoi lavori, ruotano intorno ad una sua invenzione, la DECOSTRUZIONE CONCETTUALE, termine felice che sintetizza la filosofia dell’artista in una intuitiva aggregazione degli oggetti e dei significati che essi rappresentano; ciò sta ad indicarci (ancora una volta) che è solo decostruendo la realtà che possiamo riappropriarcene. È nell’atto simbolico della decostruzione di un telefono o di un orologio che possiamo sentire la presenza del rapporto che abbiamo con i nostri smartphone; è sempre attraverso lo stesso atto che possiamo dialogare con noi sulla natura del nostro rapporto con il tempo, condizionato dal giogo della contemporaneità. Decostruire, per Stefano di Loreto, significa osservare, smontare e analizzare l’oggetto della nostra osservazione (ad esempio il tempo, attraverso un suo significante: l’orologio) per poterne capire le parti e il tutto, per poter rendere quell’oggetto stesso pronto ad una potenziale ricostruzione su basi nuove, per poter migliorarlo o rifondarlo.

Di Loreto ha sviluppato spontaneamente un modo di lavorare nella sua arte per progetti, procedimento particolarmente amato e tenuto in considerazione dal sistema arte contemporaneo. Nello sviluppo di un argomento, l’artista non si ferma alla realizzazione di una sola opera, ma ne compie un ciclo. Nelle opere create intorno a questioni sociali, come quelle dedicate al tema della Globalizzazione (12 opere dedicate, fino a oggi), attraverso l’uso di oggetti quali penne a sfera di plastica ordinate in modo seriale, viene proposta una riflessione sul pensiero unico (Pensiero Unico, titolo di 4 opere del tema dedicato). Sempre nello stesso ciclo, il pensiero del Gusto Uniforme (Gusto Uniforme, 4 opere) è realizzato mettendo in scena una fila di gelati nocciolati tutti uguali (si pensi intuitivamente a temi come la produzione industriale, la lontananza dalle produzioni artigianali). Ancora, attraverso l’apposizione sulla tela di cinghie di motore percepiamo il tema del lavoro, dei suoi costi e delle conseguenze delle dinamiche retributive che oggi portano masse di umani a sciamare tra i continenti (4 opere della serie: Globalizzazione, Lavoro a Basso Costo… ); discorso sviluppato in un altro aspetto, questo, anche nel ciclo Humanitas con le opere dedicate all’immigrazione (Immigrazione, 4 opere), con le quali basta un piccolo pezzo di filo spinato per capire e far nascere il dialogo. In un’altra collezione, Alimentazione, Stefano Di Loreto ci propone sementi accanto a provette e spighe infilate in provette di laboratorio (Ricerca Mater, 5 opere); più simbolico di così non può essere. L’uso dell’oggetto sulla tela è materia estetica e simbolo.

L’eleganza delle opere di Stefano di Loreto non dà a vedere che la tensione creativa dell’artista è tutta tesa verso la ricerca di moderni archetipi, oggetti/icona che devono indicare immediatamente il loro ancestrale. Il suo operato assume, quindi, un valore catartico: affrontando un problema se ne comincia la liberazione.

L’impianto visivo delle opere dell’artista, così armonicamente simmetrico, crea un’estetica molto personale, che si può ben definire “Di Loretiana”. Le sequenze formali, le penne bic in fila, la disposizione ordinatamente disordinata dei numeri, il supposto rigore delle fila di monete e banconote, ci appaiono subito “belle”, armoniose, stranamente familiari: questo risultato è frutto di una delicata e sapiente distribuzione aurea degli spazi, procedimento esoterico cercato, volto, anche in questo caso, a due significati, proporre bellezza e pensare alla bellezza (dell’uomo, del mondo).

Il segno ricorrente, informale, che campisce la produzione di questo artista e che contraddistingue tutto il suo operato, è questa frustata, questa traccia, così avversa alla natura del dripping - da europeo quale è Di Loreto si trova più vicino all’Informale Europeo che all’Espressionismo Astratto Americano - e fonda la sua estetica sull’ampiezza delle proporzioni che alletta fortemente il senso del gusto visivo. Il colore dei suoi lavori ha Intrinsechi omaggi alla storia dell’arte: Schifano, Mirò, Kandinskij, l’Arte Calligrafica Giapponese, la Pop Art, Warhol e Arman, le tonalità della Scuola di Piazza del Popolo (ancora Schifano, Angeli, Festa). Di Loreto usa colori netti, chiari e luminosi (anche quando usa il nero riesce a farlo sembrare dalla parte della luce e non del buio). Tuttavia è con la dominanza del bianco, simbolo di candore e purezza, che rappresenta l’Humanitas, in grado, se vuole, di ritrovare sé stessa. L’ordine e la grazia dell’impatto visivo chiamano lo spettatore a parlare con le opere di Stefano Di Loreto.

La frustata scuote e diventa linea raffinata della composizione pittorica e da atavico simbolo di violenza, si trasforma in forza, in segno vivido, in attenzione grafica e in monito. L’insieme di colori, oggetti e forme subisce quel processo magico, che solo un grande artista riesce a compiere: trasformare le idee in arte.

Dott. Federico Caloi - Milano - 20 Gennaio 2017

 

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A Di Loreto Aesthetic.

The Emperor’s New Clothes is a Danish fairytale by Hans Christian Handersen published for the first time on April 7th 1837. Often this tale is erroneously called The King Is Naked. We all know this story, since its roots can be found in the most ancient popular tradition. An emperor is so boastful that he doesn’t realize he has been swindled by two fake tailors, so he believes he’s wearing the most precious and weightless fabric instead of nothing; and the crowd is such enslaved, such conformist, that pretends not to notice he’s nude. Only the purity of a child reveals the obscure, coward intellectual blindness of rulers and governed, shouting: “He’s naked!”.

Di Loreto’s art represents the rare power of a qualitative identity, which consist, at the same time, in the aesthetic process, in a strongly intelligible personality and in a symbolic outlook able to have a more social than theoretical semantic narration. The two aspects, layout and content, are indistinguishable, superimposable. In this perspective, we can talk about the two “mental object” of this artist’s work: the canvas and its meaning. These cornerstones make his artworks unique and stunning. The analysis on his works can only be developed starting from these two elements: the role of the conception placed by the artist on canvas is necessary to discover what we define its identical, the aesthetic development.

It is not daring to compare the will Stefano Di Loreto expresses through its art to reveal what we all can see, but pretend not to, with the tale’s child that point out the king’s nudity. In his works Stefano di Loreto elegantly and wisely show us these truths. Man’s boastfulness and its destructive effects have been told since the dawn of literature, but the power mankind has now reached makes the progress path dangerous and threats the sense of humanity. Here there are the punctual and brush strokes like pungent themes of Stefano Di Loreto’s works: political topics, such as globalization, economy, nutrition, but also social topics such as communication or more ontological ones, like time and the Humanitas itself.

Stefano di Loreto’s works make the confrontation with these themes urgent. Differently from many other styles, a rare characteristic must be recognized in his art. He never makes a monologue, he never wants to declare or assert, to judge or blame. He just collects what reality has to offer and presents it naked to the neighbor. The innovation in the art conceptualization is the purpose of a dialogue, as originally meant: a verbal confrontation among (dià, in ancient Greek) people, to discuss ideas not necessarily opposed, through words (logos). We all know the state of things, but we must talk about it, because we can find a solution only through the dialogue. This is what Stefano Di Loreto’s works state.

The act of “reality collection”, in Stefano Di Loreto’s art, is both material and conceptual, ideological and physical. The artist effectively collect symbolic objects, tangible fragments of our reality and put them on the canvas: clocks’ and smartphones’ parts, money bills, seeds. Objects that become the meaning way of expression. It’s in this outlook that the qualitative identity we have told about become solid: there is no distinction between the painting and its meaning, they’re both mind’s objects.

Stefano Di Loreto’s art isn’t a condemnation, an analysis, an observation, it is dialogue, necessarily dialogue, it’s talk, rather a discussion, at all costs; this is the peculiarity that makes his works different and, at the same time, generates its aesthetic.

Some of the topics Stefano Di Loreto debates in his canvases deal with an invention of his: what he called CONCEPTUAL DECONSTRUCTION, a beautiful term which summarize the artist philosophy in an intuitive synthesis between the objects and their meaning, which points out (again) how we can only regain reality through its own decomposition. Through the deconstruction of a watch or a mobile phone we can discuss on our relationship with our smartphones and our time, conditioned by the cage of what’s current. Deconstructing means, for Stefano di Loreto, observing, breaking down, analyzing the object of our attention (time, for example, through a watch), in order to make the same object ready to be rebuilt on new premises, to make it better.

Di Loreto spontaneously developed a work method based on projects, which is particularly taken in consideration by the contemporary art system. On developing a topic, the artist doesn’t stop at the making of a single work of art, but he realizes a cycle. For example, among the works dealing with social themes, such as the ones dedicated to Globalization (12 works dedicated), through the serial position of objects like plastic twist ball pens, he proposes a consideration on Fixed Mindset (4 works dedicated). In the same series, he represents the conception of Conformist Taste (4 works dedicated) with a line of identical hazelnut lollipops to point out the gap between industrial and handmade production. By applying on the canvas some engine belts, he makes us perceive the theme of work, particularly focused on its costs and the wages’ dynamics that makes human masses move from a continent to another (4 works dedicated: Globalization, Low-salary work); the same discussion is developed with other means, in the Humanitas series with artworks dedicated to Immigration (4 works dedicated): a small section of barb wire is enough to makes us understand and begun a dialogue. In another collection, Nutrition, Stefano di Loreto proposes seeds and grain spikes placed next or into laboratory test tubes: couldn’t be more symbolic (Mater Research, 5 works dedicated). The object’s use on canvas is both aesthetic subject and symbol.

The elegance of Stefano di Loreto’s artworks merely show the artist’s tension towards the research of modern archetypes, objects/icons meant to immediately point out their ancestral origin. Di Loreto’s work has a cathartic value; the liberation from a problem starts facing it.

The visual structures of the artworks are harmonic and symmetrical and creates a truly personal esthetic, which is good to define “Di Loretiana”. The formal sequences - the lines of pens, the unregularly organized disposition of numbers, the supposed strictness of coins’ and bills’ lines - instantly appear to us as “beautiful”, harmonious, strangely familiar: this is the result of a delicate and wise golden distribution of the spaces used, a voluntary esoteric procedure, designed to a double result: prosing beauty and think about beauty (of men, of the world).

The recurring and informal sign which fills the artist’s production and characterized his whole work is the stroke, the trace, which, used as this artist does, is eventually opposed to the nature of dripping: as European, Di Loreto is closer to the European Informal than to the American Abstract Expressionism and founds his aesthetic in an inspiration of proportions that winks to the sense of a visual enthusiasm. The color pattern of his artworks has innate homages to the history of art: some source of inspiration are Schifano, Mirò, Kandinsij, Japanese Calligraphic Art, Pop Art, Warhol and Arman, the Piazza del Popolo School (Schifano, Angeli, Festa) typical tonalities. Di Loreto uses neat, clear and luminous colors - even the black seems to make light instead of darkness in the artwork; white is dominant: it’s the symbol of the purity that Humanity (humanitas) must find again. The visual impact is graceful and attracts the spectator in a dialogue with Stefano Di Loreto works.

The shaking brush stroke becomes a fine line in painting composition. It’s transformed, from atavistic symbol of violence, into living power of graphic attention and warning. The totality of colors, objects, shapes endures the magic process possible for the artist only: making art.

Dott. Federico Caloi - Milano - 20 Gennaio 2017